giovedì 29 dicembre 2011

...quando suona la Band

Stefon Harris, con l'aiuto del suo quartetto di jazz improvvisato, ci fa scoprire un buon metodo per far funzionare una Band. Noi crediamo che potrebbe valere anche per un Governo ....



... anche questo non era male come punto di partenza ;-)



"Abbiamo il pieno di benzina, mezzo pacchetto di sigarette, è buio e portiamo tutti e due gli occhiali da sole"  (da "The Blues Brothers" di John Landis)


 Buon Anno Auguri Auguri Auguri a tutti! 
Il countdown per il 2012 e' iniziato...

sabato 24 dicembre 2011

...originariamente il vestito di Babbo Natale era verde



Cenone a chilometri zero, regali verdi e addobbi che rispettano l’ambiente per festeggiare il Natale, rispettando il Pianeta. all'insegno del risparmio e della sostenibilità. Come ogni anno il WWF e  Greenpeace hanno pubblicato pochi, semplici accorgimenti.

L’Albero di Natale
Partiamo dal "simbolo" del Natale: per avere un albero sostenibile (e anche “originale”), la cosa migliore è rinunciare all’acquisto del classico abete coltivato apposta per la festività, e addobbare i nostri alberi tipici, anche gli stessi che abbiamo in terrazzo o in giardino. In questo modo si risolve anche il problema di cosa farne finite le feste. Se proprio vogliamo avere un abete tradizionale, è importante controllare che sia certificato ovvero prodotto in vivai specializzati per i periodi natalizi, e tenerlo rigorosamente lontano da fonti di calore, meglio se in balcone o in giardino. Dopo le feste possiamo sempre piantarlo in un giardino o parco pubblico in città. Esistono anche in commercio alberi artificiali realizzati con materiale riciclato (cartone, plastica) che una volta acquistati durano a lungo.        
          

Le luci Comprale a basso consumo.Illuminare case e strade 24 ore al giorno comporta un inutile aumento dei consumi elettrici e delle emissioni. Meglio utilizzare lampadine a basso consumo o a led, che consumano fino a 1/10 delle normali lampadine, e accenderle solo in momenti particolari. Si risparmia anche in bolletta!
Per creare l’atmosfera natalizia preferisci lampade fluorescenti compatte (classe A).


Apparecchia la tavola senza distruggere le foreste.  Se proprio non puoi evitare i prodotti di carta usa e getta, prima di acquistarli consulta
la guida “Foreste a rotoli”  > http://bit.ly/v2J72m




Per il cenone Utilizza meno carne e prodotti a derivazione animale.
Ridurrai il tuo impatto sull'ambiente e sul clima. http://bit.ly/s2v5TX
Se la cena di Natale diventa sostenibile allora è davvero festa, anche per il Pianeta. Per il cenone scegliamo ricette tradizionali a base di ingredienti di stagione e locali, ridurremo le emissioni di CO2 (legate soprattutto ai trasporti e alle coltivazioni in serra) e guadagneremo in gusto e freschezza. Fatte salve le tradizioni italiane, cerchiamo anche nei giorni di festa di ridurre i consumi di carne, soprattutto quella bovina, questo farà bene alla nostra salute e al clima del Pianeta (su www.improntawwf.it il gioco online per calcolare quanta CO2 produciamo con le nostre abitudini alimentari). Evitiamo prodotti come il patè de foi gras (che comporta enormi sofferenze agli animali), datteri di mare (specie protetta dalla CITES e la cui raccolta provoca la distruzione di scogliere marine), aragoste (sull’orlo dell’estinzione e ‘cucinate’ con metodi crudeli). Il caviale è ricavato da diverse specie di storioni, molte delle quali sono già commercialmente estinte in molte aree del Pianeta. Fondamentale, nel caso, scegliere caviale “certificato” o da acquacoltura e invitare il proprio rivenditore a fare lo stesso. Per orientarsi in pescheria si può scaricare la guidaSai che pesci pigliare?


Menù a base di pesce?
Evita merluzzo, gamberi, tonno e pesce spada. Scegli pesce azzurro e consulta la guida ai consumi ittici: http://bit.ly/vkvO9g. Attenzione anche al tonno in scatola, troppo spesso nelle nostre scatolette finiscono specie in declino, pescate con metodi ben poco sostenibili. Consulta il  sito Tonno in trappola > http://bit.ly/vjp55P


Natale libero da OGM!
Privilegia prodotti provenienti da agricoltura biologica, locali e stagionali. Scegli le primizie che provengono da luoghi vicino a casa tua e che non comportano l'utilizzo di prodotti chimici inquinanti. http://bit.ly/s5sgNR



Regali hi-tech
Verifica che rispettino l’ambiente.
Prima dell’acquisto consulta l’Eco-guida > http://bit.ly/uPPqKD





Vuoi regalare un capo d’abbigliamento sportivo o glamour?
Scegli le aziende “toxics free”! Grazie alla campagna Detox lanciata a luglio 2011 aziende come Nike, Adidas, Puma e H&M si sono impegnate a eliminare entro il 2020 le sostanze tossiche dai prodotti in commercio.



Libri e giocattoli amici delle foreste
Se vuoi regalare un libro, sceglilo in carta amica delle foreste. A questo link puoi trovare un elenco degli editori più sostenibili > http://bit.ly/vTs5j4 
Per i più piccoli c’è il gioco da tavolo “Gioca con Tango”, per imparare divertendosi a salvare le ultime foreste del Pianeta > http://bit.ly/eCwmjV

Fonti:
 http://it.wikipedia.org/wiki/Babbo_Natale
 http://www.greenpeace.org/italy/it/News1/news/Eco-natale/
 http://wwf.it/client/ricerca.aspx?root=29760&content=1

giovedì 22 dicembre 2011

il Canto di Natale

I Canti di Leopardi nella lista dei 100 notable books of 2011 del New York Times


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Scorrendo la lista dei 100 libri più notevoli usciti in America nel 2011, pubblicata un paio di giorni fa dal New York Times non possiamo certo stupirci nel trovare l’ultimo romanzo kennediano di Stephen King o l’attesissimo 1Q84 di Murakami, o ancora il Re Pallido, primo inedito postumo di David Foster Wallace (primo, ci scommettiamo, di una lunga serie).
Quello di cui non possiamo non stupirci, in effetti, è un altro piccolo dettaglio. Al sesto posto della lista dei top libri del 2011 appare infatti un italiano. E non si tratta di Roberto Saviano, fresco fresco di apparizione a Zuccotti Park, e neppure di una ristampa di Italo Calvino, idolatrato negli States da quelle Lezioni Americane censurate dalla morte prematura, né di Baricco, di Eco o di Faletti. Si tratta di Leopardi.
Si, avete capito bene: Giacomo Leopardi, il poeta e l’intellettuale più avanti che l’Italia abbia mai avuto e, nello stesso tempo, lo scrittore meno letto e più scolasticamente odiato da generazioni intere di italiani. Ad apparire nella toplist del NYT è una traduzione dei Canti, ritenuta talmente importante da meritare un cappello del genere: “With this English translation, Leopardi may at last become as important to American literature as Rilke or Baudelaire”.

Autore della versione inglese dei Canti, nell'edizione del 1845 composta da 41 poesie, è Jonathan Galassi, per l'editore Farrar, Straus & Giroux. Lo scorso anno, in occasione dell'uscita della traduzione del libro, il New York Times aveva pubblicato una recensione entusiasta. "Quello che rende la traduzione di Galassi così superba", ha scritto il poeta Peter Campion per il supplemento letterario del quotidiano, "è che lui comprende, e restituisce, quella delicata oscillazione tra pensiero e sentimento". 

Qui trovate la recensione completa

lunedì 19 dicembre 2011

VACLAV HAVEL

"Le corporation globali, i cartelli dei media stanno trasformando i partiti in organizzazioni il cui compito è la protezione di determinate clientele e interessi particolari. La dimensione morale della politica e il coinvolgimento della società civile sono indispensabili per controbilanciare i partiti e le istituzioni di Stato. Libertà, eguaglianza e solidarietà, fondamenti stessi della stabilità e della prosperità delle democrazie occidentali, devono essere applicati a livello planetario. Sognammo un ordine internazionale più giusto. Invece il processo di globalizzazione provoca scompigli economici e devastazione ecologica in molte aree del pianeta"

 
MULINANDO le mani quasi fossero due eliche, Vaclav Havel attraversa nella sua andatura a piccoli passi rapidi il foyer rivestito di specchi del teatro Lanterna Magica, quartier generale della rivoluzione di velluto. Appena un po´ curvo, tarchiato, in jeans e felpa, si ferma, inizia a parlarmi di "importanti negoziati": neppure tre frasi ed è trascinato via.
Mi lancia un sorriso di scusa da sopra la spalla, quasi a dire "non posso farci niente". Spesso, parlando, aveva il tono ironico del critico teatrale che osserva lo spettacolo della vita ma lì, alla Lanterna Magica, nel 1989, divenne primo attore e regista di una pièce che cambiò la storia.

Havel è stato un personaggio chiave dell´Europa del tardo ventesimo secolo. Non era solo un dissidente, era l´epitome del dissidente, nell´accezione assunta da quel nuovo termine. Non è stato solo il leader di una rivoluzione di velluto, è stato il leader della madre di tutte le rivoluzioni di velluto, quella che ha dato il nome a tante altre proteste di massa non violente dal 1989 in poi. (Havel sottolineava sempre che il termine era stato coniato da un giornalista occidentale). Non è stato solo un presidente; è stato il presidente fondatore dell´attuale Repubblica Ceca. Non è stato solo un europeo; è stato un europeo che con l´eloquenza del drammaturgo e l´autorità del prigioniero politico ci rammentava la dimensione storica e morale del progetto europeo. Di fronte alle difficoltà in cui questo progetto versa oggi, non posso che invocare, parafrasando Wordsworth, "Havel! Tu dovresti vivere quest´ora: l´Europa ha bisogno di te".

Havel è stato anche una delle persone più affascinanti che io abbia mai conosciuto. Quando lo incontrai per la prima volta, all´inizio degli anni ´80, era appena uscito dal carcere dopo vari anni di prigionia. Parlammo nel suo appartamento lungo il fiume, con grandi tavoli ingombri di libri e una vista mozzafiato su Praga. Benché la polizia segreta comunista quantificasse il nucleo del movimento Charta 77 in qualche centinaia di attivisti, una stima probabilmente realistica, Havel sosteneva con sicurezza che il sostegno popolare silenzioso era in crescita. Un giorno le fiammelle delle candele avrebbero sciolto il ghiaccio. È importante ricordare che nessuno allora sapeva quando quel giorno sarebbe giunto. Arrivò solo sei anni dopo, ma avrebbero anche potuto essere ventidue, come è stato per Aung San Suu Kyi – della quale Havel sostenne a suo tempo la candidatura al premio Nobel per la pace, con grande altruismo, potendovi aspirare lui stesso.

L´onore del dissidente non è dato dalla corona del vincitore. Havel è stato l´epitome del dissidente perché ha proseguito la sua lotta con pazienza, in maniera non violenta, con dignità e arguzia, senza sapere se e quando la vittoria esterna sarebbe giunta. Il successo stava già in quella tenacia, nell´esercizio dell´"antipolitica" – ossia della politica come arte dell´impossibile. Nel frattempo analizzava il sistema comunista in saggi di grande profondità ma anche di grande concretezza, nonché nelle lettere inviate dal carcere alla sua prima moglie, Olga. Con l´emblematico verduraio de Il potere dei senza potere che decide un bel giorno di non esporre più il cartello "Proletari di tutto il mondo unitevi", Havel coglie la tesi fondante di ogni movimento di resistenza civile, ossia che anche i regimi più oppressivi dipendono in una qualche misura dalla remissività dei loro sudditi.

Quando ebbe occasione di praticare la resistenza civile in prima persona Havel le diede un´entusiasmante connotazione teatrale. Il palcoscenico era Piazza Venceslao a Praga: 300.000 interpreti, una sola voce, da far impallidire Cecil B. deMille. Nessuno dei presenti dimenticherà mai Havel e Aleksander Dubcek, l´eroe dell´89 e l´eroe del ´68, fianco a fianco, affacciati al balcone: «Dubcek-Havel! Dubcek-Havel!». Né il suono di 300.000 portachiavi fatti tintinnare come campanelle cinesi. Raramente una piccola minoranza ha saputo trasformarsi così rapidamente in una grande maggioranza. Possa accadere lo stesso presto in Birmania.

Ma la Cecoslovacchia – ancora era tale – ebbe il vantaggio di arrivare in ritardo alla festa del 1989. I polacchi, i tedeschi dell´Est e gli ungheresi avevano già fatto gran parte del lavoro, cogliendo l´opportunità offerta da Gorbaciov. Giunto a Praga, cercai Václav nel suo locale preferito e ironizzai sul fatto che in Polonia c´erano voluti dieci anni, in Ungheria dieci mesi, in Germania Est dieci settimane, forse da loro sarebbero bastati dieci giorni per uscire dal comunismo. Mi fece immediatamente ripetere la battuta davanti alle telecamere di un´emittente clandestina. Il caso volle che sette settimane dopo fosse presidente. Ricordo perfettamente che quando apparvero i primi distintivi artigianali con la scritta "Havel presidente", ne chiese educatamente uno allo studente che li vendeva.

«Il governo è tornato alla gente!», dichiarò nel 1990 nel discorso di inizio anno che tenne da capo dello Stato appena nominato, richiamando le parole del primo presidente della Cecoslovacchia, Tomas Garrigue Masaryk. Le prime settimane al Castello di Praga furono frenetiche, elettrizzanti, incoraggianti e caotiche. Mi mostrò quella che era stata un tempo la camera delle torture: «Credo che la useremo per i negoziati», disse. Ma arrivarono ben presto le difficoltà dell´ardua impresa di smantellare il comunismo. Tutti i veleni accumulati in oltre quarant´anni vennero a galla. Entrarono in scena politici più duri, come Václav Klaus. E spuntò il nazionalismo, slovacco e infine anche ceco. Havel lottò con tutta la sua eloquenza per tenere in piedi il sogno di Masaryk di una repubblica civica, multinazionale – ma invano.

Havel tornò da presidente fondatore dell´attuale Repubblica Ceca, emersa dal cosiddetto divorzio di velluto dalla Slovacchia. Reputava, a buon diritto, di dover presenziare a quella nascita. Penso che sia rimasto troppo a lungo nel ruolo. Il troppo stroppia. Con il peggiorare delle sue condizioni di salute era logorato dagli incessanti impegni di protocollo e dalle meschine rivalità interne e, col tempo, i suoi si erano stancati di lui.
Nel corso degli anni ´90 abbiamo discusso a distanza se fosse possibile essere attivi in politica mantenendo al contempo la propria indipendenza intellettuale. Lui sosteneva di sì. Ma ogni volta che ci vedevamo mi prometteva che, una volta lasciata la politica, avrebbe scritto un´opera teatrale sulla commedia di cui era stato spettatore di prima mano, sull´impotenza dei potenti.

Col passare degli anni ho iniziato a dubitare che l´avrebbe mai fatto. Ma ha mantenuto la promessa. Recentemente ha girato da regista Leaving – 



un film sulla perdita del potere e il desiderio di riacquistarlo, raccontato con la sua caratteristica ironia, con la seconda moglie, Dagmar, in un ruolo da protagonista.
 
Oggi, davvero troppo presto, Havel se ne è andato per sempre. Ma pochi ci hanno lasciato tanto valore in eredità.

 di Timothy Garton Ash (la Repubblica, 19.12.2011)
(Traduzione di Emilia Benghi)

venerdì 16 dicembre 2011

Adriano Olivetti

Adriano Olivetti nasce a Ivrea l’11 aprile del 1901, secondogenito di Camillo Olivetti e Luisa Olivetti Revel.

Negli anni della formazione è molto attento al dibattito sociale e politico; frequenta ambienti liberali e riformisti, collabora alle riviste L’azione riformista e Tempi nuovi e, durante il periodo torinese, entra in contatto con Piero Gobetti e Carlo Rosselli.

Dopo la laurea in Chimica industriale al Politecnico di Torino, nel 1924 inizia l’apprendistato, come operaio, nella fabbrica di macchine per scrivere fondata dal padre Camillo nel 1908 a Ivrea. L’anno seguente compie un viaggio di studi negli Stati Uniti dove, tra l’altro, visita più di cento grandi fabbriche in pochi mesi, con lo sguardo rivolto a cogliere il segreto dei moderni metodi di produzione e di organizzazione del lavoro. Al ritorno a Ivrea, propone al padre un ambizioso e innovativo programma per modernizzare l’attività della Olivetti, in particolare: organizzazione decentrata del personale, direzione per funzioni, razionalizzazione dei tempi e metodi di montaggio, sviluppo della rete commerciale in Italia e all’estero.  Alla fecondità di proposte strutturali per la vita della fabbrica, Adriano affianca la prima di tante intuizioni di prodotto: l’avvio del progetto della prima macchina per scrivere portatile, che uscirà nel 1932 con il nome di MP1.

La nuova organizzazione comporta un aumento significativo della produttività della fabbrica di Ivrea e un cospicuo incremento delle vendite. Nel 1931 Adriano si reca in Unione Sovietica insieme con una delegazione di industriali italiani. Nello stesso anno introduce in Olivetti il Servizio Pubblicità, che fin dagli inizi si avvale del contributo di importanti artisti e designer, mentre l’anno successivo viene istituito l’Ufficio Organizzazione. Nel 1932, Adriano Olivetti è nominato Direttore Generale dell’azienda di Ivrea. Ne diventerà il Presidente nel 1938, subentrando al padre Camillo.

Adriano guida con decisione l’Olivetti verso gli obiettivi dell’eccellenza tecnologica, dell’innovazione e dell’apertura verso i mercati internazionali, dedicando particolare cura anche al design industriale, per il quale, nel 1955, vince il prestigioso Compasso d’Oro per meriti conseguiti nel campo dell’estetica industriale, e al miglioramento delle condizioni di vita dei dipendenti. 

Porta avanti riflessioni e sperimentazioni nel campo dei metodi di lavoro e pubblica, nella rivista da lui fondata, Tecnica e Organizzazione, vari saggi di tecnologia, economia, sociologia industriale.

Nel 1948 negli stabilimenti di Ivrea viene costituito il Consiglio di Gestione, per molti anni unico esempio in Italia di organismo paritetico con poteri consultivi di ordine generale sulla destinazione dei finanziamenti per i servizi sociali e l’assistenza. Nel 1956 l’Olivetti riduce l’orario di lavoro da 48 a 45 ore settimanali a parità di salario, in anticipo di diversi anni sui contratti nazionali di lavoro.

Nella grafica e nel design industriale Adriano chiama a lavorare a Ivrea giovani collaboratori come Marcello Nizzoli, Giovanni Pintori, più tardi Ettore Sottsass. Tra la fine degli anni Quaranta e gli anni Cinquanta la Olivetti introduce nel mercato alcuni prodotti destinati a diventare veri oggetti di culto per la bellezza del design, per la qualità tecnologica e l’eccellenza funzionale: tra questi la macchina per scrivere Lexikon 80 (1948), la macchina per scrivere portatile Lettera 22 (1950), la calcolatrice Divisumma 24 (1956). Nel 1959 la Lettera 22 viene indicata da una giuria di designer a livello internazionale come il primo tra i cento migliori prodotti degli ultimi cento anni.

Durante la dirigenza di Adriano Olivetti la gamma dei prodotti Olivetti viene continuamente ampliata e la capacità produttiva della fabbrica si espande per far fronte a sempre nuove esigenze del mercato nazionale e internazionale. In Italia entrano in funzione gli stabilimenti di Pozzuoli e di Agliè (1955), di S. Bernardo di Ivrea (1956), della nuova ICO a Ivrea e di Caluso (1957). In Brasile, nel 1959 si inaugura il nuovo stabilimento di San Paolo.

Gli ottimi risultati conseguiti sui mercati internazionali con i prodotti per ufficio non distolgono l’attenzione di Adriano Olivetti dall’emergente tecnologia elettronica. Già nel 1952 la Olivetti apre a New Canaan, negli USA, un laboratorio di ricerche sui calcolatori elettronici. Nel 1955 viene costituito il Laboratorio di ricerche elettroniche a Pisa; nel 1957 Olivetti fonda con Telettra la Società Generale Semiconduttori (SGS) e nel 1959 introduce sul mercato l’Elea 9003, il primo calcolatore elettronico italiano sviluppato e prodotto nel laboratorio di Borgolombardo. Il successo imprenditoriale di Adriano Olivetti ottiene il riconoscimento della National Management Association di New York che nel 1957 gli assegna un premio per "l’azione di avanguardia nel campo della direzione aziendale internazionale". Nel 1959 Adriano conclude un accordo per l’acquisizione della Underwood, azienda americana leader nei prodotti per ufficio con quasi 11.000 dipendenti, a cui il padre Camillo si era ispirato quando, nel 1908, aveva avviato la sua iniziativa imprenditoriale.

La sua poliedrica personalità porta Adriano a impegnarsi non solo nel campo strettamente industriale e imprenditoriale, ma a occuparsi anche di problemi di urbanistica, di architettura, di cultura, oltre che di riforme sociali e politiche. A Ivrea si costruiscono nuovi edifici industriali, uffici, case per dipendenti, mense, asili, progettati da grandi architetti, tra cui Figini, Pollini, Zanuso, Vittoria, Gardella, Fiocchi, Cosenza, dando origine a un articolato sistema di servizi sociali per i dipendenti Olivetti che saranno però da subito accessibili all’intera comunità eporediese.

Alla metà degli anni Trenta Adriano partecipa agli studi per un Piano Regolatore della Valle d’Aosta, terminato nel 1937. L’anno seguente aderisce all’Istituto Nazionale di Urbanistica di cui, nel 1948, diventa membro del Consiglio Direttivo e editore della rivista Urbanistica. Salito al vertice dell’Istituto con l’appoggio di un gruppo di giovani architetti (tra cui Ludovico Quaroni), a partire dal 1950 le attività di cui Adriano Olivetti si fa promotore sanciscono il primato politico dell’Urbanistica e della Pianificazione. Nel 1951 collabora in modo decisivo con il Comune di Ivrea per l’avvio di un nuovo Piano Regolatore della città.

Nel 1956 Adriano è nominato membro onorario dell’American Institute of Planners e Vicepresidente dell’International Federation for Housing and Town Planning; nel 1959 è eletto Presidente dell’Istituto UNRRA-Casas per la ricostruzione post-bellica in Italia.

Tra i numerosi riconoscimenti che gli sono attribuiti per le sue attività in questo campo, gli viene conferito nel 1956 il Gran Premio di architettura per "i pregi architettonici, l’originalità del disegno industriale, le finalità sociali e umane presenti in ogni realizzazione Olivetti".

Alla fine della seconda guerra mondiale l’attività di Adriano Olivetti come editore, scrittore e uomo di cultura si intensifica. Già prima della guerra, grazie all’aiuto di un gruppo di giovani intellettuali, aveva fondato la casa editrice NEI (Nuove Edizioni Ivrea), progetto trasformatosi poi di fatto, nel 1946, nelle più celebri Edizioni di Comunità.

Durante l’esilio in Svizzera (1944-1945) Adriano completa la stesura della sua opera più importante: L’ordine politico delle comunità, pubblicato alla fine del 1945. Nel libro sono espresse le idee che costituiscono la base programmatica del Movimento Comunità che Adriano fonda nel 1947. L’opera è un’articolata proposta politica intesa a istituire nuovi equilibri politici, sociali, economici tra i poteri centrali e le autonomie locali.

La rivista "Comunità", che inizia le pubblicazioni nel 1946, diventa il punto di riferimento culturale del Movimento. Alla fine del 1959 le Edizioni di Comunità pubblicano in raccolta i saggi e gli interventi più significativi di Adriano Olivetti con il titolo di "Città dell’Uomo".

Nel 1955 Adriano Olivetti fonda l’IRUR - Istituto per il Rinnovamento Urbano e Rurale del Canavese – con lo scopo di promuovere nuove attività industriali e agricole nel territorio: l’obiettivo è quello, da una parte, di combattere la disoccupazione nell’area canavesana e, dall’altra, di scongiurare l’inurbamento di quelle popolazioni a Ivrea.

L’anno seguente il Movimento Comunità si presenta alle elezioni amministrative e Adriano Olivetti viene eletto sindaco di Ivrea. Il successo induce i comunitari a presentare alcune liste nelle elezioni politiche generali del 1958. In Parlamento risulta però eletto, come Deputato, il solo Adriano Olivetti.

Adriano Olivetti muore improvvisamente il 27 febbraio 1960 durante un viaggio in treno da Milano a Losanna. 
La sua scomparsa lascia orfana della sua guida un’azienda presente su tutti i maggiori mercati internazionali, con circa 36.000 dipendenti, di cui oltre la metà all’estero, e un progetto culturale, sociale e politico di grandissima complessità, dove fabbrica e territorio sono indissolubilmente integrati in un disegno comunitario armonico.
 

martedì 13 dicembre 2011

Distretto Creativo NIL28

...questa associazione ci sta simpatica :)

Distretto Creativo NIL28 è un’Associazione Culturale nata nel 2011 ed attiva nel quartiere che si trova a cavallo tra i viali Umbria e Molise. Il nome, acronimo di Nucleo d’Identità Locale n. 28, trae ispirazione dal codice con cui questo brano di città è stato identificato nella nuova mappa dei quartieri di Milano.

... invece la nostra dal codice postale di Solbiate Olona

Il quartiere è densamente popolato da imprese creative, artisti, architetti ed operatori culturali. Da questa peculiarità nasce in aggiunta al nome proprio la definizione caratterizzante di NIL28 come distretto creativo.
L’Associazione ha come finalità la promozione di attività ed iniziative di natura culturale e progettuale orientate alla costruzione di una concreta sinergia tra mondo della creatività  e professionale e luogo fisico di produzione.
L’idea è che i creativi e tutti i professionisti insieme, al servizio anche del luogo in cui operano, costituiscano un valore aggiunto reale per questa stessa porzione di città. Inoltre, la ricerca prodotta deve trovare proprio nel luogo in cui si sviluppa, l’ambiente ideale per una prima sperimentazione concreta. In questa maniera il beneficio delle attività produzione creativa potrà ricadere, innanzi tutto, sul quartiere stesso valorizzandolo nel tempo.
La modalità, invece, con cui NIL28 intende operare, passa attraverso la ricerca di continue sinergie con i cittadini, in altre parole, aprendo presupposti concreti di partecipazione.

da life.wired.it

 "Circa il 70% del patrimonio edilizio delle città italiane è a fine vita", ha raccontato Freyre. "Tra vent’anni, se non saranno stati fatti interventi urbanistici significativi, ne pagheremo le conseguenze". Ma in che modo un gruppo come NIL28 può risolvere questi problemi? "Sensibilizzando i cittadini. Facendogli percepire il quartiere come il loro spazio urbano e non una zona indistinta di una città in cui si sentono alieni. Purtroppo oggi, i cittadini vivono la propria casa come una fortezza e la strada come un territorio estraneo”. NIL28 vuole ribaltare questa prospettiva.

NIL28 organizzerà periodicamente tavole rotonde dove la cittadinanza si ritrovi a discutere. "Vorremmo che il nostro gruppo fosse vissuto un po’ come un'assemblea pubblica permanente", ha spiegato Colantuoni e ha citato, come esempio di sinergia tra chi il quartiere lo vive e chi lo ‘pensa’, quanto avvenuto in occasione dell’ultimo Salone del Mobile: "Abbiamo organizzato un tavolo lungo 130 metri e chiamato i creativi a esporre i loro progetti e gli abitanti a valutarli"

Meno centrato sull'aspetto creativo, più su quello di connessione tra cittadinanza e Pubblica amministrazione, l’intervento di Mauro Zamarian, membro del progetto di riqualificazione della Cascina Cuccagna, un edificio secentesco in via Muratori che ospita eventi culturali. “La Pubblica amministrazione non è sempre al corrente dei problemi di una zona. Gruppi come NIL28, formati da persone che la vivono, possono essere il canale di comunicazione tra gli abitanti e il Comune”. La piattaforma d’incontro sono gli eventi promossi dal distretto dove partecipano anche realtà commerciali.

NIL28 è un’iniziativa che risponde a un nuovo modo di concepire la città emerso in questi anni in cui si parla spesso di riqualificazione urbana, Smart City e risparmio energetico. Lo scopo finale del progetto, come si legge sul comunicato stampa, è “costruire un eco-quartiere sperimentale dove idee innovative e ricerca di sostenibilità vera divengono fatti urbani concreti e manifesto culturale”.

L' articolo uscito su D

venerdì 9 dicembre 2011

Buona fortuna figliolo! Firmato Irene Tenagli

«Buona fortuna figliolo!», così si salutavano un tempo i giovani che decidevano di fare le valigie e andarsene in cerca di opportunità lontano da casa.
Oggi invece è a quelli che restano che bisogna augurare buona fortuna, perché per chi resta inchiodato nel proprio Comune di residenza le prospettive sono sempre più ristrette. Non è tanto la mobilità geografica, di per sé, a far la differenza, ma la possibilità di accedere ad opportunità diverse e qualificanti, di maturare esperienze più variegate. Perché oggi è finita l’era delle carriere «verticali», le storie degli impiegati che da semplici fattorini finiscono la loro carriera come dirigenti o presidenti di quella stessa azienda. Oggi è l’era delle «», le carriere senza confini, come scrisse qualche anno fa la professoressa Denise Rousseau, esperta di organizzazioni e lavoro.
Sono le carriere che sconfinano, che travalicano settori tradizionali, che rompono le gerarchie aziendali dalle linee verticali per muoversi lateralmente da un’organizzazione all’altra accumulando in pochi anni esperienze che vecchi top manager non sono riusciti ad accumulare in una vita. E sono carriere che sempre più travalicano anche confini geografici.
L’esplosione di mercati emergenti come la Cina, l’India o il Brasile, per esempio, non dà solo lavoro alla manodopera di quei Paesi, ma sta aprendo molte opportunità anche a progetti di altissimo livello nei settori dell’ingegneria, dell’economia, dell’architettura, dell’informatica, della comunicazione.
Certo, per chi cresce in città come New York o Londra, esposto a mille opportunità diverse, è possibile costruire percorsi interessanti e gratificanti anche senza spostarsi geograficamente. Ma per i milioni di giovani cresciuti nella provincia italiana, difficilmente queste opportunità si materializzano sotto casa, e la capacità e la volontà di rincorrere opportunità altrove diventa fondamentale. Eppure, nonostante le difficoltà crescenti di chi si muove in contesti più locali e tradizionali, i sondaggi ci dicono che sono ancora relativamente pochi i giovani italiani che sono disposti a muoversi, soprattutto al centro e al Nord Italia. A bloccarli non sono soltanto gli affetti familiari, ma la scarsità di informazioni, la mancanza di una guida, l’incertezza e la lunghezza dei percorsi.
A pesare in queste scelte vi è anche l’influenza di mèntori e genitori ancorati ad altre epoche, abituati a considerare una laurea sotto casa uguale a quella presa a Duke, Eton o Carnegie Mellon (anche perché la maggior parte dei nostri genitori, diciamo la verità, non ha idea di cosa sia Duke o Carnegie Mellon), a temere lunghe lontananze e difficoltosi rientri. Una cosa è vera: nonostante chi vada all’estero sia spesso tacciato di cercare scorciatoie, di solito accade l’esatto opposto. I percorsi e le esperienze fuori confine sono spesso lunghi e faticosi.
Lo sanno bene anche tutti i giovani ricercatori che negli anni passati hanno scelto la strada del dottorato negli Stati Uniti. Anche se oggi qualcosa è cambiato, fino a tempi molto recenti la differenza è stata netta: un dottorato in Italia durava tre anni, non aveva esami, e dava subito la possibilità di mettere un piede nella porta dell’accademia italiana.
Un PhD americano invece durava in media 5-6 anni, ti massacrava di corsi ed esami, e ti faceva perdere contatti per un eventuale rientro in patria. Tant’è che in certi casi erano gli stessi professori italiani che sconsigliavano ai propri studenti di partire. Ma di fronte a scelte che possono cambiare radicalmente la nostra formazione e il nostro futuro sono altre le considerazioni da fare. L’unico criterio da seguire deve essere la qualità e la rispondenza ai propri bisogni, necessità e attitudini. Se l’opportunità che si presenta «sotto casa» risponde a queste caratteristiche, sarebbe sciocco andarsene. Ma quando così non è, è sciocco restare. Ed è questo il mantra che dovrebbe accompagnare ogni giovane nelle proprie scelte di studio, di lavoro e di crescita personale: la scelta della qualità, oggi più che mai. Perché anche se ci lamentiamo spesso dello scarso riconoscimento dei «meriti», tuttavia col tempo la qualità viene sempre fuori ed è la miglior assicurazione contro crisi e globalizzazione, perché è l’unica carta spendibile in ogni parte del mondo.
Non è facile entrare in quest’ottica; molti genitori incitano ancora i giovani a scegliere le strade che sembrano più brevi, più rapide, che danno un «titolo» sicuro, che sono o appaiono più comode. Ma sono quasi sempre scelte sbagliate. Perché c’è sempre qualcosa che si sacrifica sull’altare della comodità e della scorciatoia. E questo qualcosa è quell’approfondimento, quel sacrificio che ci consente di imparare e capire non solo il settore in cui lavoriamo, ma qualcosa riguardo a noi stessi, a ciò che sappiamo fare meglio, e che ci aiuta a forgiare e indirizzare meglio il nostro percorso futuro.
Il talento non è innato, e non ci viene rivelato come un’apparizione. Lo si scopre così, col tempo, le esperienze, il confronto con gli altri, i progetti e le sfide sulle quali ci misuriamo. Sono queste esperienze che ci aiutano a scoprire cosa veramente amiamo, cosa ci distingue dagli altri nel complesso e competitivo mercato del lavoro. E su queste consapevolezze è più semplice non solo costruire carriere gratificanti, che ci aiutano a trovare un lavoro che ci piace, ma anche dispiegare tutto il nostro potenziale umano e personale.
Certo, percorsi del genere implicano anche molti errori, ripensamenti e sconfitte. Ma l’epoca delle carriere fulminanti degli Anni 80 è finita almeno quanto l’era dei lavori fissi degli Anni 70. E per quanto possa spaventare, questa era di «carriere senza confini» è anche ricca di opportunità, basta non perdersi nella ricerca di scorciatoie, ma investire in se stessi e non aver paura di guardare fuori.

Irene Tenagli su La Stampa



Docente all'Università Carlos III di Madrid, è esperta di innovazione, creatività e sviluppo economico. È consulente del Dipartimento Affari Economici e Sociali dell’ONU, della Commissione Europea e di numerosi governi regionali, enti e aziende in Italia e all’estero.

giovedì 8 dicembre 2011

L' Italia vista da Giacomo Lariccia

Lascia davvero senza parole questo bellissimo video del cantautore Giacomo Lariccia: "Povera Italia". Giacomo vive e lavora in Belgio. Tutti i dati utilizzati nei sottotitoli provengono da "La Fuga dei Talenti"



"Svanisci come un brutto sogno al mattino dopo i fuochi d’artificio e le promesse di Arlecchino
Spegni quel sorriso passa per la porta esci dalla mia vita e non rientrare con la forza
Cambio paese, cambio continente cerco di nascondermi tra la gente ma è la mia di gente che non riconosco povera Italia, cosa hai fatto hai sbandato e sei in ginocchio
Chiudi  il campionario di cambiali raccogli le speranze di miracoli invernali
Scegli la nuova piazza e i riflettori vendi i tuoi biglietti però sequestra i pomodori
Cambio paese, cambio continente cerco di nascondermi tra la gente ma è la mia di gente che non riconosco povera Italia, cosa hai fatto hai sbandato e sei in ginocchio
Svendi la foto dei tuoi familiari con le lacrime in vista agli sguardi dei giornali.
Ridi, intrattenuto da un banda di camerieri in festa e ballerine da locanda.
Cambio paese, cambio continente cerco di nascondermi tra la gente ma è della mia gente
che solo mi interessa dell’Italia che ha coraggio di rialzar la testa".
Giacomo Lariccia sings fairy tales about worlds near and far, stories heard during his childhood and fragments of history. His words show the uneasiness of living in this Europe, anaesthetized by richness and wellness. They talk about virtues and vices of our world.
His songs tell us about the beauty of love and the difficulty of loving, of the will to live and to look forward

mercoledì 7 dicembre 2011

...bisogno urgente di una nuova scuola (3)

 dal blog di Alessandro D'Avenia


...la gioia di vivere – mi hanno insegnato i miei genitori e maestri – non dipende dal successo, ma dal fatto di occupare il proprio posto nel mondo...Sul tempio di Apollo a Delfi c’era scritto «Conosci te stesso». Da lì prese le mosse il pensiero occidentale ed è lì che bisogna guardare per questa crisi che è prima ancora che economica, una crisi di senso e di identità.
Eraclito disse che il carattere dell’uomo è il suo destino. Platone immaginò nel mito di Er che un «dàimon» ci affiancasse, perché il destino di ciascuno si compisse. Tutti sappiamo che qualcosa ci chiama a percorrere un certo cammino. Magari non si tratta di un annuncio eclatante, ma di piccole spinte (un libro, un film, un incontro, un fatto…) verso una strada, mentre eravamo persi in una selva di vie possibili. Ognuno di noi è irripetibile e la libertà, diceva Hannah Arendt, è «esserci per un nuovo inizio»: a ciascuno di noi è affidato il proprio sé come inizio, compito e compimento ...
Quando un adolescente cerca di spiegare la propria strada, senza rendersene conto porta la mano al cuore, come se intuisse il mistero di sé. È uno dei momenti del mio mestiere di insegnante che amo di più: quando si «accorano», si attorcigliano attorno al proprio cuore per ascoltarlo e spesso accade quando sono ascoltati. Sarà proprio la scoperta di questa unicità, percepita, preservata, ricordata, difesa da chi ci ama a dare senso al quotidiano vivere, anzi proprio a quel ripetitivo copione darà brillantezza e novità. Questo vale in ogni epoca e in ogni congiuntura storica, anche e soprattutto le crisi, durante le quali si è costretti ad andare all’essenziale. Questo ai giovani non può e non deve essere tolto: la bellezza che alberga nell’unicità di ciascuno ha bisogno di ricevere uno spazio, un riconoscimento, per non morire. Questo spazio è la famiglia, questo spazio è la scuola.
I ragazzi chiedono ogni giorno questo riconoscimento. Hanno nostalgia di uno sguardo che riconosca la loro unicità, che non giudichi e inscatoli la loro vita prima ancora di averla accettata nel suo straordinario, scomposto, contraddittorio emergere, che è già segno di ricerca. Questo mi chiedono ogni giorno: «Aiutami ad essere me stesso». I giovani di oggi hanno questa fame, io lo vedo, ma questa fame di sé, questa fame di destino, questa fame di futuro è stordita dalla sazietà del benessere. Se non ho fame di futuro il mio presente sparisce. E ha un sogno solo chi si ferma a considerare i mezzi che ha per attuarlo. Ma se invece di conoscermi sonnecchio per riuscire a digerire l’eccesso di portate di cui vengo ingozzato, sarà tardivo e brusco il risveglio: chi sono io e che ci faccio qui?
Se so chi sono e che ci faccio qui è perché a 16 anni ho trovato chi mi aiutasse a unire i pezzi ancora sconnessi del puzzle della mia vita e a percepirmi come compito da realizzare. A 16 anni ho deciso di diventare insegnante perché avevo un insegnante che amava non solo ciò che insegnava, ma amava la mia vita con la sua irripetibilità. A 16 anni ho deciso che volevo dedicare la vita ai ragazzi perché il professore di religione della mia scuola, padre Puglisi, si lasciò ammazzare per provare a cambiare le cose.
A 16 anni i miei genitori mi hanno messo alla prova, e io che li mandavo a quel paese come ogni adolescente, in realtà toccavo la reale consistenza dei miei sogni. Questi mentori mi hanno insegnato che non è il successo il criterio per essere sé stessi, ma che essere se stessi è il successo. Molti ragazzi rimangono paralizzati all’idea che non riusciranno a realizzare i loro sogni e questo è il veleno di una società che lavora per produrre, comprare e consumare, anziché lavorare per costruire un tempo buono e ampio per appartenersi e appartenere attraverso relazioni e amicizie vere.
Se il criterio di giudizio dell’agire è il successo, si rimane prigionieri di un destino crudele, che può schiacciare prima ancora di mettersi in movimento. Invece ciò che rende felici è realizzare la propria vocazione, indipendentemente dal riconoscimento «della folla». Si può avere successo come madre, come insegnante, come panettiere. Basta essere pienamente ciò a cui si è chiamati.
È la crisi ad aver rubato ai giovani il futuro? No. La crisi farà venire più fame, costringerà a non accontentarsi del benessere per essere felici. Il futuro ai giovani lo rubano gli adulti che non li guardano, gli adulti che occupano i posti di potere e se ne fregano del bene comune, gli adulti che fanno diga per l’ingresso di nuove leve negli ambienti di lavoro, gli adulti che non sono disposti a mettersi al servizio della generazione successiva passando il testimone. Come tanti Crono se ne stanno seduti a digerire i figli che loro stessi hanno messo al mondo.
I sistemi educativi dovrebbero riconsiderare le loro priorità. Cominciamo a credere nella unicità delle vite che ci sono affidate, serviamole togliendo qualcosa al nostro egoismo. La cena con i figli è più importante di una pratica di lavoro sbrigata la sera tardi, una moglie stanca dopo una giornata infernale è più importante di una partita di calcio in tv, un alunno è più del suo 4 o del suo 8…
Dalla famiglia e dalla scuola si può ripartire: non si richiedono riforme strutturali, ma riforme del cuore e della testa. In famiglia e a scuola ho imparato a occuparmi degli altri e a non pensare di essere il centro del mondo. In famiglia e a scuola ho scoperto la mia vocazione.
Lo aveva già scritto in pochi versi Dante quando il suo maestro, Brunetto Latini, gli disse: «Se tu segui tua stella/ non puoi fallire a glorïoso porto/ se ben m’accorsi ne la vita bella/ e s’io non fossi sì per tempo morto/ veggendo il cielo a te così benigno/ dato t’avrei a l’opera conforto».

lunedì 5 dicembre 2011

...bisogno urgente di una nuova scuola (2)


Irene Tinagli: “Vi spiego com’è fatto l’asilo del laureato felice”

Vogliamo che l’ascensore sociale ci porti ai piani alti? Allora dobbiamo reinventare la scuola dell’infanzia (non solo quella dei futuri Nobel)

La scuola è importante, ma secondo alcuni ancora più importante è l’asilo. Perché è durante l’età prescolare che la nostra mente assume una sua forma cognitiva. Irene Tinagli, docente all’ Università Calrlos II di Madrid, economista, ne parla in un articolo sul numero di Wired che trovate in edicola e prende in causa il Nobel per l’economia James Hackman, il quale ha dimostrato che “i divari nei test di apprendimento che si registrano tra ragazzi di diversa estrazione sociale a 18 anni, sono più o meno gli stessi che si registrano a cinque anni”. Il periodo in cui il gap cognitivo si allarga maggiormente è al di sotto dei cinque anni. Nonostante ciò “l’infanzia è tradizionalmente trascurata dagli interventi pubblici in materia di istruzione e politiche sociali”.

L'asilo è importante perché è il primo contesto in cui un individuo sviluppa le sue capacità emotive e relazionali, indispensabili per lo sviluppo di quelle di apprendimento che dovrà usare appunto alle medie e al liceo. Ma non solo: un asilo che funziona fa bene anche ai genitori.  “Il sociologo dell’Università di Chicago Mario Smell ha dedicato anni a monitorare migliaia di bambini newyorchesi e le loro mamme”, scrive Tinagli, “osservando le differenze tra quelli che frequentavano centri per l’infanzia e quelli accuditi in altro modo”. Il risultato è stato che i bambini cresciuti nei centri dell’infanzia e le loro madri sono più felici perché hanno più probabilità di stringere amicizia, si sentono più coinvolti nel tessuto sociale. Sono emotivamente attivi. “Per questo uno dei programmi sociali più longevi e di successo degli Stati Uniti è Head Start, introdotto nel 1964 da Lyndon B. Johnson come parte della sua ‘lotta alla povertà’. Un programma che ha supportato la creazione di migliaia di centri per l’infanzia da zero a cinque anni, e che dal 1965 ha aiutato 27 milioni di bambini, coinvolgendo centinaia di migliaia di padri, madri e di volontari”.

Spesso le istituzioni che stanziano fondi per le attività scolastiche si dimenticano che, se dalle università e dai master escono le nuove generazioni di imprenditori e manager, è dalla scuola materna che esce la società tutta, la stessa in cui quei manager e quegli imprenditori si troveranno a vivere. Molto probabilmente, un laureato professionalmente inserito e felice, è stato un bambino attivo e coinvolto in età prescolare.

da    Wired.it

domenica 4 dicembre 2011

...bisogno urgente di una nuova scuola (1)


 La nomina di Marco Rossi Doria a sottosegretario all’Istruzione è tra quelle che stanno raccogliendo maggiori soddisfazioni ed entusiasmi. Rossi Doria è uno dei più noti esperti nel campo dell’educazione, da molto tempo impegnato in progetti di contrasto della dispersione scolastica, del disagio e dell’esclusione precoce. Napoletano, nato nel 1954, figlio del senatore Manlio Rossi Doria, è stato maestro di strada nei Quartieri Spagnoli di Napoli tra il 1994 e il 2006 ed è il fondatore del progetto Chance, volto al recupero di adolescenti che hanno abbandonato la scuola. Il suo intervento più recente sulla scuola e il suo futuro è un articolo sul suo blog,  pubblicato il 15 novembre e intitolato “La scuola che vogliamo”.

Sì, c’è la crisi economica, quella di governo e della politica in senso vero, ampio. Che vuole dire, però, la vita della società e delle persone. Ed è su questa che va mantenuta la barra della riflessione collettiva. A tal proposito ecco cosa ha detto

Solo una parte dell’apprendimento avviene a scuola. E’ stato sempre così. Ma, nel tempo, si sono anche perduti alcuni decisivi apprendimenti. I quali da un lato afferivano più direttamente alla relazione tra uomo e natura e, dall’altro, erano appresi non in un luogo separato ma entro le comunità di appartenenza. Nelle società umane, da quelle dette primitive fino a metà del secolo scorso, l’apprendimento largo ha affiancato quello che avveniva a scuola. Le pagine nelle quali i ragazzi di Barbiana mostrano il loro sapere sulla terra, sulle coltivazioni, sul bosco e sugli uccelli sono gli ultimi echi di questo “mondo dell’apprendere” che era largo. E che poteva riverberarsi in una scuola ben fatta, consolidarsi in sapere scientifico, scrittura, calcolo e rappresentazione. Senza svilire quel piano primo dell’imparare. Era un apprendere nel quale la scuola era una parte, con suoi canoni distinti, che assumevano l’insieme più esteso degli apprendimenti. L’urbanizzazione non ha smentito completamente questa scena. Piuttosto la ha trasferita e modificata. E anche nelle città vi erano costanti attività dove i ragazzi erano in giro ad imparare, in vera autonomia, a fare cose e a misurarsi con socialità e conflitto, libertà e responsabilità, fuori dalla scuola. Certo, c’era la durezza del lavoro infantile. Ma c’erano, al contempo, esplorazioni, costruzioni, cacce, aquiloni, combattimenti. Vi è stato, dunque, un mondo di avvenimenti complessi, carichi di saperi e competenze che venivano svolti altrove dalla scuola. In modo per lo più auto-organizzato. E dove era possibile provare e provarsi. Molti di questi apprendimenti hanno sempre anche comportato la verifica “naturale” della competenza. “Sono bravo a…” Il mondo adulto era parte di tale riconoscimento, grazie ai riti di passaggio, comunitari e sapeva dire ai ragazzi: “Ora tu sai, ora tu sai fare”. E gli adulti - una volta riconosciuto ciascun sapere e apprendimento - delegavano compiti, funzioni, responsabilità diretta.
Ancora oggi la maggioranza dei bambini e ragazzi del pianeta conoscono queste cose nella loro esperienza di apprendimento. Invece, nei nostri luoghi – che sono una minoranza del mondo – la scuola ha progressivamente imposto il monopolio dei codici e dei metodi di apprendimento. Questo ha relegato in spazi secondi e terzi il corpo, l’autonoma organizzazione, il contatto diretto con le materie e la loro trasformazione, il rischio di fare, disfare, scegliere, provare conseguenze dei gesti, assumere presto compiti, eseguire opere. Ma questo ha recato un lutto e una nostalgia. E’ possibile elaborare quel lutto e rendere desiderio quella nostalgia. E’ possibile riscoprire l’apprendimento diffuso, basato sul compito, autonomo, in diretto rapporto con le cose del mondo. Ma solo se la scuola, insieme alle altre agenzie educative, ritrovano il modo di educare al rapporto con la natura, alla scoperta della biosfera e, insieme, al senso delle relazioni umane che servono a custodirla.
Intanto, oggi sta avvenendo qualcosa che disegna un nuovo gigantesco apprendistato cognitivo. Che è globale. Che proietta tutte le discipline del sapere fuori dalle mura scolastiche, su un piano di libero accesso, in mille forme e in ogni luogo. Con la possibilità di essere rapidamente manipolate, variate, confuse, confrontate, espanse. Lo stesso funzionamento del cervello umano viene chiamato in causa: organizzazione della memoria, presenza simultanea di molti codici e dispositivi che stimolano i diversi sensi insieme, compresenza di procedure analogiche e logiche, relazione immediata tra produzione costruita e fruita, tra rapidità e pazienza, tra rigore e invenzione.
Di fronte a questo scenario - una volta consolidati i saperi irrinunciabili durante l’infanzia – l’idea di scuola non può che mutare radicalmente. Perché il tema centrale dell’apprendimento umano passa dai modi della trasmissione del sapere in un tempo-luogo dati a tutt’altro: intreccio complesso tra nuovi media e salvaguardia del rigore del metodo, cura del sapere di base insieme a graduale acquisizione delle procedure di ricerca, sviluppo del protagonismo personale in risposta al rischio di subalternità ai gadgets. L’intero dibattito delle neuroscienze sul come si apprende, il rapporto tra teoria e operatività, tra modelli e laboratorio, tra apprendimento individuale e co-costruzione di competenze insieme agli altri, tra conoscenze fondative delle discipline e conoscenze atte a guardare ai grandi problemi del mondo entro campi di sapere pluri-disciplinari, complessi, con ampie zone di cerniera tra saperi, tra certezze da conquistare e dubbi indispensabili per farlo: è tutto questo che può essere oggi spostato in uno spazio x, che si trova in bilico perenne tra scuola e fuori.
Siamo già dentro questo nuovo orizzonte. Da trasmettitori di saperi ci stiamo facendo metodologi della loro selezione. Da detentori di un corpus di nozioni stabilite e rigidamente divise in discipline stiamo trasformandoci in esploratori e co-produttori di ricerca, sorveglianti di procedure, esperti dei rapporti mutanti tra forme e contenuti, tra acquisizioni e comunicazioni, tra aree diverse di sapere che hanno rimandi e campi comuni. Per farlo scopriamo che stiamo agendo in almeno tre direzioni tra loro complementari. Prima: ricostruire in altro modo i riferimenti fondativi delle discipline e far riscoprire i “classici” in ogni area di conoscenza. E anche i mezzi classici: il buon libro, il vocabolario, gli appunti, l’atlante, il calibro, la china, l’acquarello. Seconda: condividere una navigazione curiosa attraverso le scritture on line, i giochi di ruolo, i programmi di simulazione, scovando il sapere economico, geografico, storico, giuridico, scientifico e i passaggi logici che contengono o esplorare insieme gli immensi giacimenti informatici di letteratura mondiale o matematica, scienze, arte, musica. Terza: produrre opere in ogni campo, promuovere prove d’opera, creare produzioni e scambi globali.
E’ tutto questo che sta accadendo. Ed è così che siamo costretti ad imparare a spezzare il nesso rigido e il controllo deterministico tra l’informazione erogata (il testo, la lezione) e l’informazione richiesta (il test, l’interrogazione) e a fare ingresso nei campi proficui delle procedure di ricerca: l’elaborazione di progetti e produzioni, la decodificazione e l’interpretazione, l’analisi e l’attribuzione di significati, l’espressione di giudizi personali entro procedure sorvegliate e legittime, la validazione di ipotesi e percorsi.
E’ un universo. Che ha bisogno urgente di una nuova scuola.

“Ciclopasseggiando in Valle Olona“

E stata presentata alla Liuc - Università Cattaneo la Guida “ Ciclopasseggiando in Valle Olona “alla scoperta dei tesori dei paesi l...